24.5.06

hannah

Se lui la amava posso capirlo. E’ il fatto che lo amasse lei che continua a sembrarmi strano e, tutto sommato, credo che nel corso della vita debba essere sembrato ben strano anche a lei.
Era bellissima. Aveva un’intelligenza brillante. Era giovane. Si chiama Hannah.
Lui era un omuncolo insignificante con due baffetti insignificanti che si faceva fotografare le guance rubizze in mezzo ai monti di Heidi, vestito da indigeno della Foresta Nera. Si chiama Martin.
Si incontrarono verso la metà degli anni venti, a Marburg, in Germania. Lui è il suo professore.
Certo non gli mancava la scintilla del pensiero, visto che la filosofia non ha potuto prescindere da lui, dopo di lui, che ha dato esistenza all’essere, l’ha storicizzato e l’ha messo nel tempo. Era un insegnante ammirato, allora, e lei lo ammirava senza condizioni. Lui insegnava a pensare, e lei imparò a pensare.
Pare si amassero e un carteggio sta lì a dimostrarlo.
C’è un ma, in tutta questa storia: lui appoggiò esplicitamente il regime nazista e fece carriera, diventò rettore, scrisse e pubblicò incurante degli scempi, degli amici e dei maestri in fuga. Era, e si sentiva, un grande filosofo.
Lei era ebrea e fu costretta come tanti a fuggire da quella Germania che, degli ebrei, iniziava lo sterminio. Prima a Parigi, dove Joseph viveva a pochi passi e un po’ più distante viveva Walter, poi, dopo qualche anno, in Portogallo da dove partì per l’America e si salvò da un'Europa ormai in fiamme.
Chissà se lei, già in quegli anni, era tormentata dalla tentazione della riconoscenza da una parte, e dal desiderio di tradimento dall’altra. Fatto sta che ormai sapeva cosa significa pensare e pensò.
Per lui l’esistenza non era altro che preparazione alla morte. Un po’ come dire che siamo tutti mortali e che questa consapevolezza dà un senso all’esistenza, la rende autentica.
Lei sosteneva che è l'atto del gratuito comparire nel mondo, piuttosto che quello inevitabile della mortalità, quello che racchiude il significato dell'esistenza umana, ribaltando così tutta la tradizione filosofica occidentale. Tutta. Una donna.
La natalità come categoria: veramente bizzarro in filosofia.
Lui pensava il singolo come punto di partenza della conoscenza, il singolo che capisce il mondo attraverso gli strumenti che gli occorrono e la loro manipolazione. Ha scritto pagine straordinarie su un paio di scarpe rappresentate in un quadro di Van Gogh.
Lei pensava il molteplice: aveva la capacità di comprendere nel profondo la condizione umana, di capire il meglio e il peggio della politica intesa come l’abitare uno stesso mondo e di costituirlo insieme agli altri. Pensa al male come banalità e pensa, allo stesso tempo, a un riscatto possibile: mettere al mondo il mondo.
Per diciassette anni non gli scrive, non si fa viva con lui in nessun modo eppure, a un certo punto, gli manda una lettera e lui le risponde.
Non so perché lei gli abbia scritto, i sentimenti sono spesso oscuri anche a noi stessi e a certi interrogativi, doveva ben saperlo, non c’è risposta.
Capisco perfettamente lui. Nel dopoguerra, a nazismo finito, non ha avuto vita facile.
Però, possibile che lei non abbia mai avuto, nel leggere una sua lettera, un impulso di insofferenza tipo ma vaffanculo, stronzo! oppure ma guarda questo in che mondo vive! Mi chiedo se non sia più difficile liberarsi dalla riconoscenza che dall’amore, ma la cosa ancora più strana è che sono morti a pochi mesi di distanza.
Lei a New York e lui immerso nella sua Foresta Nera.

11.5.06

nel (mio) piccolo

Mi stavo giusto chiedendo dove vanno a finire le buone idee. Quelle, per intenderci, che si nutrono di più pensieri e nel loro vagare di forma, chissà perchè, non si realizzano mai e continuano a vivere in una specie di limbo (per quanto il limbo non esista più).
Bene. Una di queste buone idee si è concretizzata e si trova qui e io sono proprio contenta quando vedo buone idee, collettive, che prendono vita. Fa bene all'umore.
In più la Viss, con cui ho condiviso una solenne ronfata su un prato, ha un blog che leggo e che mi è simpatico, come lei del resto.
Dunque sono doppiamente contenta.

1.5.06

a muso duro

E adesso che farò, non so che dire
e ho freddo come quando stavo solo
ho sempre scritto i versi con la penna
non ordini precisi di lavoro.
Ho sempre odiato i porci ed i ruffiani
e quelli che rubavano un salario
i falsi che si fanno una carriera
con certe prestazioni fuori orario
Canterò le mie canzoni per la strada
ed affronterò la vita a muso duro
un guerriero senza patria e senza spada
con un piede nel passato
e lo sguardo dritto e aperto nel futuro.
Ho speso quattro secoli di vita
e ho fatto mille viaggi nei deserti
perchè volevo dire ciò che penso
volevo andare avanti ad occhi aperti
adesso dovrei fare le canzoni
con i dosaggi esatti degli esperti
magari poi vestirmi come un fesso
per fare il deficiente nei concerti.
...
Non so se sono stato mai poeta
e non mi importa niente di saperlo
riempirò i bicchieri del mio vino
non so com'è però vi invito a berlo
e le masturbazioni celebrali
le lascio a chi è maturo al punto giusto
le mie canzoni voglio raccontarle
a chi sa masturbarsi per il gusto.
...
E non so se avrò gli amici a farmi il coro
o se avrò soltanto volti sconosciuti
canterò le mie canzoni a tutti loro
e alla fine della strada
potrò dire che i miei giorni li ho vissuti.

Pierangelo Bertoli

25.4.06

rebus

[...] Devo potermi chiarire le cose in silenzio, con l'osservazione... tutto questo non cambia nulla, assolutamente nulla nella mia profonda accettazione del nostro tempo, anche se appare come una insolubile contraddizione”
[Riflessioni su Christa T., Christa Wolf]

L'inutile accettazione di un tempo dove si è persa persino la nozione di follia, che oggi ormai produce solo voragini da esplosioni.
Mi chiedo cosa ne è stato del tempo in cui i fools dicevano la verità, in cui la malattia sovente sviluppa l'originalità dell'invenzione.
Che cosa è stato di quel tempo in cui si tentava di comprendere il fuori dalla norma come parte integrante della norma, mostrando straordinari e sconosciuti spazi poetici ed espressivi, e i giochi del linguaggio, e la fragilità della ragione, e le mappature che contenevano l'umano, con l'ombra appassionata di Tobino che saliva ancora per scale antiche.
Di quel tempo in cui si sono aperte le porte dei luoghi oscuri del contenimento con la potenza delle parole, con una passione sociale per la verità che sembrava invincibile, con teso accanimento verso l'ingiustizia.
Mi chiedo che cosa ne è stato di quel tempo. In che cosa si è coagulato?

17.4.06

sonni

Nella mia terra ci sono pietre che si tengono in piedi da millenni, che resistono al passare del tempo, del nostro tempo nevrotico e ansioso, come giganti, per abbandono.
Un tempo queste case di pietra furono tombe, strane tombe dalla forma allungata e profonda, come uteri. Quando se ne dimenticò l'origine la gente iniziò a trattarle come parte della terra, come elementi naturali.
Si racconta che quando l'infelicità diventava troppo dolorosa e i pensieri tormentavano il sonno e la veglia, le persone venivano portate a dormire per un'intera notte dentro quelle costruzioni. Il sonno in quel luogo suggestivo costringeva a incubare letteralmente il dolore.
Così, si racconta, si guariva la follia. Così si disinnescavano gli incubi.

11.4.06

celestina


Mentre percorro i pochi metri che mi separano da lei sento l’emozione che cresce perchè so che la vedrò.
Vedrò quel ritratto di cui ho seguito il percorso fin da quando, da bambina, mi regalarono un libro intitolato Picasso blu e rosa e ce la trovai dentro, lei, Celestina.
Non ho mai capito bene perchè mi ricordasse così tanto mia nonna, forse per quell’aria di decrepitezza che un bambino vede e non si sa spiegare, quel ritratto mi ipnotizzava. Sarà stata la magia monocromatica, così difficile ai miei piccoli occhi, sarà stata l’ombra della cecità nello sguardo che attraendomi mi spaventava: ogni tanto andavo, aprivo il mio libro e la guardavo.
Collezione privata, c’era scritto nella didascalia sotto l’immagine. Questo mi diceva che era a casa di qualcuno che se lo rimirava, ma che io non lo avrei mai potuto vedere. Mai.
Perché, mi dicevo, chi vorrebbe separarsi da quel ritratto, se lo possiede?
Nel 1990, invece, il Museo Picasso l’ha acquisito assieme a un sacco di altre cose e io sono qui, e vado verso il quadro che ha tanto inquietato la mia infanzia.
Lo trovo dietro un angolo, più piccolo di quanto l’immaginazione mi aveva suggerito benchè ne conoscessi con esattezza le misure e più di una volta le avessi delimitate su di un piano, per rendermi conto. Più piccolo, dicevo, ma intensamente più blu perché adesso ne distinguo chiaramente le pieghe della mantiglia e le pennellate precise che danno forma alla materia degli occhi e alla decrepitudine orgogliosa dello sguardo, visionario e asimmetrico. Penso a una gioconda, blu, invecchiata e cieca, senza più il barlume di un sorriso, ormai lontana da ogni ombra di bellezza, ai margini della desolazione, con l’anima incorniciata per sempre dal ritratto.
Estrema come tutte le divinità femminili di Picasso, antiche e presenti, madri, amanti, figlie, mutanti e mutate, modellate e plasmate come se fossero vive, uguali, difformi e trabordanti nel loro esprimersi contemporaneamente in tutti i livelli dello spazio. Intoccabili come il sacro.
Io sono qua che la guardo, Celestina, e continuo a non capire bene perchè mi ricorda così tanto mia nonna.

7.4.06

nato sotto il segno del topo

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