hannah
Se lui la amava posso capirlo. E’ il fatto che lo amasse lei che continua a sembrarmi strano e, tutto sommato, credo che nel corso della vita debba essere sembrato ben strano anche a lei.
Era bellissima. Aveva un’intelligenza brillante. Era giovane. Si chiama Hannah.
Lui era un omuncolo insignificante con due baffetti insignificanti che si faceva fotografare le guance rubizze in mezzo ai monti di Heidi, vestito da indigeno della Foresta Nera. Si chiama Martin.
Si incontrarono verso la metà degli anni venti, a Marburg, in Germania. Lui è il suo professore.
Certo non gli mancava la scintilla del pensiero, visto che la filosofia non ha potuto prescindere da lui, dopo di lui, che ha dato esistenza all’essere, l’ha storicizzato e l’ha messo nel tempo. Era un insegnante ammirato, allora, e lei lo ammirava senza condizioni. Lui insegnava a pensare, e lei imparò a pensare.
Pare si amassero e un carteggio sta lì a dimostrarlo.
C’è un ma, in tutta questa storia: lui appoggiò esplicitamente il regime nazista e fece carriera, diventò rettore, scrisse e pubblicò incurante degli scempi, degli amici e dei maestri in fuga. Era, e si sentiva, un grande filosofo.
Lei era ebrea e fu costretta come tanti a fuggire da quella Germania che, degli ebrei, iniziava lo sterminio. Prima a Parigi, dove Joseph viveva a pochi passi e un po’ più distante viveva Walter, poi, dopo qualche anno, in Portogallo da dove partì per l’America e si salvò da un'Europa ormai in fiamme.
Chissà se lei, già in quegli anni, era tormentata dalla tentazione della riconoscenza da una parte, e dal desiderio di tradimento dall’altra. Fatto sta che ormai sapeva cosa significa pensare e pensò.
Per lui l’esistenza non era altro che preparazione alla morte. Un po’ come dire che siamo tutti mortali e che questa consapevolezza dà un senso all’esistenza, la rende autentica.
Lei sosteneva che è l'atto del gratuito comparire nel mondo, piuttosto che quello inevitabile della mortalità, quello che racchiude il significato dell'esistenza umana, ribaltando così tutta la tradizione filosofica occidentale. Tutta. Una donna.
La natalità come categoria: veramente bizzarro in filosofia.
Lui pensava il singolo come punto di partenza della conoscenza, il singolo che capisce il mondo attraverso gli strumenti che gli occorrono e la loro manipolazione. Ha scritto pagine straordinarie su un paio di scarpe rappresentate in un quadro di Van Gogh.
Lei pensava il molteplice: aveva la capacità di comprendere nel profondo la condizione umana, di capire il meglio e il peggio della politica intesa come l’abitare uno stesso mondo e di costituirlo insieme agli altri. Pensa al male come banalità e pensa, allo stesso tempo, a un riscatto possibile: mettere al mondo il mondo.
Per diciassette anni non gli scrive, non si fa viva con lui in nessun modo eppure, a un certo punto, gli manda una lettera e lui le risponde.
Non so perché lei gli abbia scritto, i sentimenti sono spesso oscuri anche a noi stessi e a certi interrogativi, doveva ben saperlo, non c’è risposta.
Capisco perfettamente lui. Nel dopoguerra, a nazismo finito, non ha avuto vita facile.
Però, possibile che lei non abbia mai avuto, nel leggere una sua lettera, un impulso di insofferenza tipo ma vaffanculo, stronzo! oppure ma guarda questo in che mondo vive! Mi chiedo se non sia più difficile liberarsi dalla riconoscenza che dall’amore, ma la cosa ancora più strana è che sono morti a pochi mesi di distanza.
Lei a New York e lui immerso nella sua Foresta Nera.
Era bellissima. Aveva un’intelligenza brillante. Era giovane. Si chiama Hannah.
Lui era un omuncolo insignificante con due baffetti insignificanti che si faceva fotografare le guance rubizze in mezzo ai monti di Heidi, vestito da indigeno della Foresta Nera. Si chiama Martin.
Si incontrarono verso la metà degli anni venti, a Marburg, in Germania. Lui è il suo professore.
Certo non gli mancava la scintilla del pensiero, visto che la filosofia non ha potuto prescindere da lui, dopo di lui, che ha dato esistenza all’essere, l’ha storicizzato e l’ha messo nel tempo. Era un insegnante ammirato, allora, e lei lo ammirava senza condizioni. Lui insegnava a pensare, e lei imparò a pensare.
Pare si amassero e un carteggio sta lì a dimostrarlo.
C’è un ma, in tutta questa storia: lui appoggiò esplicitamente il regime nazista e fece carriera, diventò rettore, scrisse e pubblicò incurante degli scempi, degli amici e dei maestri in fuga. Era, e si sentiva, un grande filosofo.
Lei era ebrea e fu costretta come tanti a fuggire da quella Germania che, degli ebrei, iniziava lo sterminio. Prima a Parigi, dove Joseph viveva a pochi passi e un po’ più distante viveva Walter, poi, dopo qualche anno, in Portogallo da dove partì per l’America e si salvò da un'Europa ormai in fiamme.
Chissà se lei, già in quegli anni, era tormentata dalla tentazione della riconoscenza da una parte, e dal desiderio di tradimento dall’altra. Fatto sta che ormai sapeva cosa significa pensare e pensò.
Per lui l’esistenza non era altro che preparazione alla morte. Un po’ come dire che siamo tutti mortali e che questa consapevolezza dà un senso all’esistenza, la rende autentica.
Lei sosteneva che è l'atto del gratuito comparire nel mondo, piuttosto che quello inevitabile della mortalità, quello che racchiude il significato dell'esistenza umana, ribaltando così tutta la tradizione filosofica occidentale. Tutta. Una donna.
La natalità come categoria: veramente bizzarro in filosofia.
Lui pensava il singolo come punto di partenza della conoscenza, il singolo che capisce il mondo attraverso gli strumenti che gli occorrono e la loro manipolazione. Ha scritto pagine straordinarie su un paio di scarpe rappresentate in un quadro di Van Gogh.
Lei pensava il molteplice: aveva la capacità di comprendere nel profondo la condizione umana, di capire il meglio e il peggio della politica intesa come l’abitare uno stesso mondo e di costituirlo insieme agli altri. Pensa al male come banalità e pensa, allo stesso tempo, a un riscatto possibile: mettere al mondo il mondo.
Per diciassette anni non gli scrive, non si fa viva con lui in nessun modo eppure, a un certo punto, gli manda una lettera e lui le risponde.
Non so perché lei gli abbia scritto, i sentimenti sono spesso oscuri anche a noi stessi e a certi interrogativi, doveva ben saperlo, non c’è risposta.
Capisco perfettamente lui. Nel dopoguerra, a nazismo finito, non ha avuto vita facile.
Però, possibile che lei non abbia mai avuto, nel leggere una sua lettera, un impulso di insofferenza tipo ma vaffanculo, stronzo! oppure ma guarda questo in che mondo vive! Mi chiedo se non sia più difficile liberarsi dalla riconoscenza che dall’amore, ma la cosa ancora più strana è che sono morti a pochi mesi di distanza.
Lei a New York e lui immerso nella sua Foresta Nera.


